sabato 4 aprile 2015

LA VICENDA DELLA MONTANA

Tutti in paese sono al corrente delle vicissitudini che hanno interessato la Fiskars - Montana, almeno per quanto riguarda le sedi produttive di Premana e Casargo, chiuse dallo scorso novembre, con la perdita di più di 50 posti di lavoro.
Ovviamente non entriamo nel merito delle vicende e delle scelte aziendali. Ci limitiamo a ripercorrere la storia di quella che è stata la più grande azienda premanese, e a proporre qualche riflessione su una situazione, la disoccupazione, che interessa diverse decine di persone, che mai, neanche durante la crisi, aveva toccato la nostra realtà in tale misura.

Si dice che il coltello sia vecchio quanto il mondo e, dopo essere stato di pietra, di legno, di osso, fu fabbricato in bronzo, in ferro. Già in epoca greco-romana si usavano lame di forme svariate, munite di manico. Le tombe di 2000 anni fa ci riportano di questi reperti.
Nel Medioevo si usavano coltelli e forbici di mille tipi. Il fabbro era lo scultore del ferro, era colui che dall'esperienza pratica aveva acquisito il segreto per il trattamento di questo metallo.
Solo quando il fabbro si specializzerà nei ferri da taglio, verrà chiamato fabbro coltellaio o semplicemente coltellaio.
I Premanesi nei secoli passati furono soprattutto fabbri. Quest'arte era appresa da tutti gli uomini, tant'è vero che la manodopera non solo soddisfaceva le rilevanti esigenze locali, ma emigrava trovando facilmente impiego. I primi emigranti a Venezia già nel 1400 andarono ad impiegarsi presso l'arsenale della Serenissima, ma il loro spirito imprenditoriale li portò presto a diventar padroni di bottega e, come tali, iniziarono uno stabile commercio di articoli di ferramenta tra Premana e la città della Laguna.
Tra gli emigranti a Venezia già nel 1600 troviamo Fazzini Antonio (1669-1747). Dal suo testamento (1742) si rileva di un'acquisizione di un edificio in località Gebbio di Premana, con l'intenzione di realizzarne un laboratorio per la produzione di coltelli. Detto edificio sarebbe stato lasciato al figlio, che avrebbe esercitato "il mestiere di coltellaio".
La costruzione di quell'edificio può essere considerata l'atto di nascita documentato dell'industria dei ferri da taglio a Premana.
Figlio di Antonio fu Biagio, Paolo, nato nel 1700, anch’egli emigrante a Venezia.
Il suo testamento, redatto nel 1772, ce lo mostra possidente a Premana e a Venezia, aveva un'attività talmente avviata che i suoi quattro figli maschi la scelsero tutti come loro attività principale. Nell'atto divisionale tra i quattro figli: Antonio, Giovanni, Giuseppe e Biagio, a tutti è assegnata, oltre al resto, una quota "per li capitali della bottega e mobili di casa a Venezia, fusina al Gebio, botega e casa e azzale, in tutto moneta di Milano 1245...".
Quanto è stato possibile documentare per i Fazzini (capostipite di gran parte delle attuali famiglie portanti questo cognome) si verificò per numerose altre famiglie premanesi.
Dopo la chiusura definitiva dell'attività dei forni fusori (....) la disoccupazione nella nostra zona divenne grave; solo lo spirito di iniziativa della nostra gente riuscì a trovare rimedio. Tutte le condotte d'acqua e i vecchi edifici furono rimessi in funzione, si effettuava l'arrotatura e la forgiatura dei ferri da taglio prodotti.
Fazzini Biagio (1868-1913) acquistò alla fine del 1800 un antico edificio lungo il Varrone, già fucina grossa dei Bellati. Qui furono installate le grosse mole di arenaria (mööl de sas) provenienti dalla Francia, qui si costruì una fucina, si riutilizzarono i vecchi impianti per l'areazione della fucina, si installò un maglio a stanga. Qui si continuò il lavoro fino al 1925.
A quei tempi il lavoro era duro. Gli operai ricevevano paga una volta all'anno, solitamente il giorno di Santo Stefano. Solo allo smercio del prodotto il datore era in grado di pagare; al lavoratore veniva dato ogni tanto solo qualche acconto.
Quando la stagione si apriva, a date fisse, nel lecchese, in Valtellina, l'artigiano premanese partiva, a piedi, con lo zaino in spalla, e si recava ai mercati per la vendita dei suoi prodotti.
Questi viaggi avventurosi, queste fatiche hanno ricordato ancora i Fazzini della passata generazione: Antonio (1900-1975) e Raffaele (1906-1990). Furono loro, i padri e nonni degli attuali Fazzini, a vedere le trasformazioni più radicali della loro attività.
Negli anni Venti l'avvento dell'energia elettrica permise a diverse ditte artigiane che avevano il laboratorio lungo il Varrone di abbandonare i vecchi edifici, cedendo i loro diritti d'acqua alla Società Orobia e ricavandone la fornitura di energia. Ai fratelli Fazzini furono assegnati 3,68 kw di energia a titolo gratuito.
Era l'anno 1925: la vecchia officina lungo il Varrone fu abbandonata e trasferita in paese, alla Malpàghe per due anni, poi nel 1927 in via Plinio (oggi via Tenente Todeschini), al primo piano della nuova casa d'abitazione.
Dopo la grande guerra il lavoro non fu mai abbondante. La crisi del '29 portò i Fazzini ad acquistare un negozio di arrotatura in quel di Sondrio (gestito da Antonio, papà di Celso e Biagio).
Ma eccoci al dopoguerra: l'artigianato delle forbici iniziò a fiorire, le imprese crescevano, ci fu un boom ininterrotto che continuò per circa 30 anni.
Per il coltellinaio in un primo tempo non cambiò nulla: i coltelli continuarono ad essere forgiati e sagomati con gli antichi sistemi di lavoro. Ma la secolare esperienza non bastava più: o investire in macchinari, o cambiare attività.
Di questo ben si resero conto i Fazzini e i loro figli, che a 11 anni iniziarono la loro fatica nella bottega dei padri. Primi tra loro Biagio (1933-1981), Celso (1937), figli di Antonio, seguiti da Pietro (1943), Mario (1945) e Biagio (1947), figli di Raffaele.
1964: Il nuovo stabilimento di Via Roma
inizia a prendere forma
Nel 1947 fu acquistata la prima trancia da 17 tonnellate, in comproprietà con un'altra azienda premanese. Agli stampi provvedeva l'operaio più anziano ed esperto: Codega Edoardo.
La gran parte della produzione riguardava ancora coltelli serramanico smerciati in Valtellina, in seguito in bergamasca e Piemonte, ma già si produceva coltelleria da cucina e da macellaio in acciaio comune.
Sfridi di tranciatura di altri utensili, sagomati sotto il maglio (nel 1951 se ne acquistò uno e un altro a pressione nel 1962), spesso erano materia prima per coltelli piccoli. Poi i primi pantografi per la produzione dei manici. L'officina, già abbastanza vasta, si riempiva anno dopo anno.
Durante gli anni '50 la coltelleria prese parte anche al neonato consorzio CCAP composto da pochi artigiani coltellinai e forbiciai.



La fine degli anni '50 trova la ditta in piena espansione. Sono entrate in funzione le nuove arrotatrici Siepmann, e già si trancia l'acciaio conico della Bonpertuis. Si collabora coi primi rappresentanti. D'accordo con un grosso esclusivista varesino, era stato creato il primo marchio MONTANA, che poi, chiusi i rapporti con lo stesso, rimase il marchio della coltelleria da cucina e da macellaio, mentre gli articoli da tasca continuavano ad essere punzonati FP (Fazzini-Premana).
Quegli anni segnarono anche i primi contatti con Luigi Peppini di Milano, che nel 1959 iniziò a rappresentare l'azienda in Emilia, e proprio su sollecitazione di Peppini si inserirono nel catalogo le forbici dell'artigianato locale. Negli anni Sessanta e Settanta numerosi artigiani premanesi lavoravano per la Montana a questa produzione (forbici Roselling).
Aumentano ancora le vendite e migliora la qualità del prodotto. La vecchia officina di via Plinio ormai scoppia. Nel 1964 fu posta la prima pietra del nuovo stabilimento in via Roma e nel 1965 avvenne il trasferimento della fabbrica nei nuovi locali (fa sorridere oggi il fatto che alcuni operai protestarono per richiedere il trasporto verso la nuova e più distante sede...). L'azienda occupava oltre 40 addetti. Pochi rappresentanti (tra i quali Maina, Peppini, Frontini) si occupavano delle vendite.
1965 - Tempo di trasloco
La ditta intanto nel 1967 si era trasformata in s.n.c.
Nel 1971 gli spazi ancora non erano sufficienti e presso lo stabilimento di Pagnona venne insediato il nuovo reparto di produzione dei manici (tutti rigorosamente in palissandro!).
L'attività è in piena espansione, le prospettive di sviluppo buone, le necessità finanziarie impellenti.
I Fazzini decisero di aprire al capitale esterno (primi anni Settanta): la scelta si rivelò vincente ed il beneficio fu di tutti, dagli imprenditori ai dipendenti e alle loro famiglie. Protagonisti di quegli anni d'oro furono ancora tutti i Fazzini, affiancati dall'Ing. Renzo Soldati, Luigi Peppini e Cipriano Mistò. La Montana diventa una Società per Azioni, dove i Fazzini non hanno più la maggioranza.
Anche dal punto di vista tecnico arrivarono rinforzi da fuori Premana. Da ricordare Lodovico Bevilacqua, recentemente scomparso, esperto meccanico, che affiancò i Fazzini assumendo un ruolo cruciale per il processo produttivo.
Sempre durante gli anni '70, in un capannone preso in affitto a Casargo, si installò un reparto per forgiatura, tempera e meccanica.

Nel 1977 si fece un grande ed impegnativo passo, con l'acquisto di un capannone e il trasferimento di uffici e magazzini a Civate. Anno dopo anno Montana acquista nuove quote di mercato nazionale e internazionale; i fatturati vanno a gonfie vele, i dipendenti passano le cento unità (circa 120 a fine anni '80); l'azienda macina utili, è ora molto appetibile, e diventa oggetto di attenzioni anche al di fuori dei confini nazionali.
Nel 1989, anche forzati a seguire le scelte dell'azionista di riferimento (non premanese), ci fu la decisione, sofferta, dei Fazzini di cedere le proprie quote alla multinazionale finlandese Fiskars, che acquisisce il controllo totale dell’azienda.
La Montana, all'interno del gruppo Fiskars, continuerà ad avere una certa autonomia e indipendenza, mantenendo inalterata la qualità dei suoi prodotti con 300 diversi modelli di coltelleria, e godendo di buona salute fino a fine secolo, tanto che nel 1997 venne rilevata la Kaimano di Acqui Terme. La quale ditta non navigava in buone acque e l'effetto dell'assorbimento fu anche quello di salvaguardare una quarantina di posti di lavoro nel basso Piemonte.
Montana più Kaimano occupano circa 180 addetti.
Anni Settanta: produzione manici in quel di Pagnona
Con i primi anni del nuovo millennio, iniziano le prime avvisaglie di crisi; ma qui la nostra storia si interrompe.
Dopo alcuni anni di acclarate difficoltà, con graduale riduzione della forza lavoro, interessata a più riprese dalla cassa integrazione, a fine 2014 per gli stabilimenti di Premana e Casargo (dove intanto si era trasferita la produzione Kaimano) si scrive la parola fine.

Attualmente il gruppo Fiskars dà lavoro ad oltre 4.800 dipendenti, in oltre 20 paesi, con un fatturato complessivo di 768 mln di euro.

E adesso?

L’anno scorso, proprio mentre scrivevamo di importanti anniversari celebrati da alcune aziende premanesi (150° di Sanelli, 125° di Camp, e 40° di Premax) giungeva a conclusione anche la vicenda Fiskars, un’azienda che ha contribuito allo sviluppo economico di Premana ma che negli ultimi anni è stata notevolmente colpita dalla crisi economica e dagli effetti della globalizzazione.
Non stiamo a riportare la cronaca di lunghi anni di cassa integrazione, prepensionamenti e licenziamenti, ma vorremmo comunque cercare di fare alcune considerazioni su una situazione molto inconsueta per Premana.
Da oltre 60 anni Premana ha sempre avuto la fortuna di avere tassi di disoccupazione praticamente a livello zero e, malgrado la notevole perdita di posti di lavoro del settore trainante della coltelleria e forbiceria - avvenuta a partire dalla seconda metà degli anni ‘90 - è sempre stato relativamente facile per la manodopera trovare nel giro di poco tempo una nuova occupazione in aziende della provincia di Lecco.

La vicenda Fiskars però ha portato - alla fine di un lungo periodo di cassa integrazione (anche questo un fatto relativamente nuovo per il nostro paese, almeno per la sua durata) con tutti i suoi aspetti negativi: minori entrate, incertezza sul futuro, frustrazione personale, ecc. – in un colpo solo, un numero di disoccupati mai visto prima (una quarantina i premanesi) ai quali vanno aggiunti anche i fuoriusciti della Grattarola.
L’età piuttosto avanzata della maggior parte dei senza lavoro, assieme ad una congiuntura economica nazionale molto negativa, rendono la situazione di molte famiglie piuttosto difficile e vorremmo innanzitutto esprimere tutta la nostra solidarietà alle famiglie coinvolte.
Nel nuovo stabilimento si lavora a pieno ritmo
Le vicende Grattarola e Fiskars sono il riflesso a livello territoriale di una situazione molto diffusa in tutto il Paese, dove un numero elevato di imprese ha dovuto fare i conti con una lunga crisi economica, aggravata dalla continua delocalizzazione delle produzioni, in particolare di quelle a basso contenuto tecnologico.

Raramente su “Il Corno” trattiamo tematiche nazionali, sulle quali ognuno di noi può avere ovviamente una propria opinione ma poco può fare in proposito. In questo caso però, toccando da vicino la nostra realtà, vorremmo fare qualche considerazione.
Innanzitutto ci permettiamo di esprimere qualche dubbio in merito all'istituto della Cassa Integrazione, soprattutto se utilizzata per un tempo prolungato e in casi di aziende decotte (come probabilmente era la Grattarola) o di aziende con una strategia chiaramente rivolta verso la delocalizzazione (come probabilmente è il caso della Fiskars) e quindi senza la prospettiva di mantenere lo stesso livello occupazionale.
Lo strumento della Cassa Integrazione serve ovviamente a sostegno delle famiglie coinvolte ed è utile, se utilizzato per un lasso di tempo relativamente breve, per consentire all’azienda di riorganizzarsi, cercare di uscire dalla crisi, ripartire e tornare a camminare con le proprie gambe.
Il protrarsi della cassa per così tanto tempo, oltre ad influire pesantemente sulle casse dello Stato (perché non si può offrire la possibilità ai cassintegrati di fare dei lavori socialmente utili?), ha portato, in questi casi specifici, alcune conseguenze negative:
  • non ha portato ad una soluzione positiva della vicenda;
  • ha comunque lasciato molti dipendenti senza lavoro in una situazione congiunturale probabilmente peggiore rispetto a qualche anno fa: paradossalmente sarebbe stato forse più facile trovare un nuovo posto lavoro nei primi anni di difficoltà delle due aziende citate che non adesso (senza contare che intanto l'età dei dipendenti è aumentata, ponendo un ulteriore ostacolo alla possibilità di trovare un nuovo lavoro);
  • non è stata offerta ai lavoratori la possibilità di partecipare a dei corsi di formazione per potersi riqualificare e rendere più agevole il reinserimento nel mondo del lavoro.
Non vogliamo in nessun modo entrare nel merito delle scelte di ogni singola azienda, che ovviamente deve essere libera di scegliere le strategie più adatte allo sviluppo delle proprie attività, per far fronte alle sfide che la concorrenza globale impone.
Al tempo stesso però riteniamo lecito porsi alcune domande. Infatti molti a Premana si chiedono cosa sarebbe successo se Fiskars fosse stata ancora “la Montana”, ovvero se non fosse stata parte di una multinazionale? Non intendiamo assolutamente giudicare scelte fatte in passato e siamo consapevoli dei benefici portati dall’acquisizione di Montana da parte di Fiskars, almeno nei primi dieci anni, ma come sarebbe andata a finire se fosse stata ancora proprietà di altri, premanesi o non?
La delocalizzazione è un fenomeno che non possiamo né contestare né al quale possiamo cercare di contrapporci, c’è, c’è sempre stata (forse Premana è stata fra i primi ad avvantaggiarsene quando i tedeschi hanno iniziato a delocalizzare la loro produzione 50 anni fa), e ci sarà sempre.
Premana è rimasta ormai l’unico vero importante polo produttivo italiano nella produzione di forbici e di coltelli (anche Maniago, l’unico altro centro italiano di una certa rilevanza, ha perso molta produzione in questi ultimi anni), è il secondo centro europeo, dopo Solingen, e quindi perdere una fabbrica importante come Fiskars è un duro colpo.
La domanda che ci facciamo è questa: davvero i mercati sviluppati e più ricchi non sono più in grado di assorbire una produzione di qualità a costi europei? Oppure tutto questo succede perché le grandi aziende multinazionali badano solo ai profitti e non si preoccupano della qualità dei prodotti e del mantenimento dei posti di lavoro nei Paesi che poi sono anche i loro mercati di sbocco principali?

Quali prospettive ci sono ora per i disoccupati? Pochi finora hanno trovato una nuova occupazione; la mobilità consente un periodo di relativa tranquillità economica e, francamente, pensare o sperare che per uno poco più che cinquantenne si possano aprire le porte del prepensionamento, ci sembra un po' riduttivo.
C’è innanzitutto la grande opportunità di avere una fabbrica ferma ma teoricamente pronta a ripartire in poco tempo: il fabbricato di via Roma, i macchinari, gli operai ed un marchio, Montana, che rimane uno fra i più conosciuti ed apprezzati, particolarmente in Italia. Occorrerebbero dei capitali che si potrebbero raccogliere con varie forme (investitori privati ed istituzionali, banche, azionariato diffuso, fundraising), ma soprattutto degli imprenditori illuminati che conoscano bene il mercato e abbiano la giusta strategia per fare ripartire una fabbrica e un marchio che hanno fatto la storia della coltelleria italiana.
Esistono inoltre altre possibilità, offerte da piccole aziende che stanno per chiudere per mancanza di ricambio generazionale sia a Premana, nel campo della produzione, che fuori, ad esempio nel campo del commercio: in questi ultimi anni alcuni oriundi premanesi con una ben avviata attività commerciale sempre legata al settore della coltelleria hanno dovuto chiudere, non per mancanza di lavoro ma per l’assenza di ricambio.
Ci possono essere altre opportunità nel campo del turismo e dell’agricoltura, eventualmente abbinati, magari anche uniti ad una piccola attività produttiva, come si accenna in un’altra pagina di questo numero. Se ne parla da decenni senza fare molto di concreto, ma chissà che non sia la volta buona per lanciarsi veramente in questo campo e fare quindi di necessità virtù, tirando fuori, anche e soprattutto in questo periodo di forte difficoltà, una rinnovata voglia di ripartire, attingendo alla grande laboriosità che ha sempre contraddistinto i Premanesi.

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